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Darwiniana (Amos Edizioni, 2015)

Collana diretta da Michele Toniolo

Scheda dell'editore:

 

 

Come può un individuo salvarsi? Come si possono preservare unicità e complessità in mezzo alla distrazione di massa?

Dodici anni dopo le poesie di Resoconto su reddito e salute, che mostravano come l’arrembante Veneto avesse già gettato le fondamenta della crisi sociale e morale prima che economica, Igor De Marchi ritorna con Darwiniana: non una guida, con facili giudizi e comode soluzioni, bensì un aggiornato “Resoconto” in versi sulla nostra società, sulla caccia ai mezzi di sussistenza e sulla sopravvivenza della specie.

Così, l’evoluzione suggerita dal titolo prende in realtà direzioni differenti: dall’evidenza del fallimento del miracolo economico, e quindi delle illusioni del progresso infinito (L’ultimo uomo sulla luna), si passa alle immagini di un presente artefatto che continua ad alimentare il miraggio di un benessere che debba necessariamente, ancora, passare dal lavoro (Tropico Fantasma), fino a Fortune, dove gli averi e i destini, uniti dal titolo, sono guardati con luce ferma e ironia, a volte crudele altre compassionevole, e brillanti affermazioni per contrario.

In queste regioni, dove la densità della popolazione supera a volte i 1000 per chilometro quadrato, mi sono reso conto in pieno del privilegio storico ancora proprio dell’America tropicale (e fino a un certo punto dell’America intera) d’essere rimasta, del tutto o relativamente, vuota di uomini. La libertà non è un’invenzione giuridica né un tesoro filosofico, proprietà esclusiva di civiltà più valide di altre, perché sole capaci di produrla e preservarla. Essa risulta da una relazione oggettiva tra l’individuo e lo spazio che occupa, tra il consumatore e le risorse di cui dispone. E non è del tutto sicuro che questo compensi quello, e che una società ricca, ma troppo densa, non si avveleni di quella densità, come quei parassiti della farina che arrivano a sterminarsi a distanza con le loro stesse tossine, molto prima che la materia nutritiva venga meno.

 

Claude Lévi-Strauss,

Tristi tropici

Alcune poesie del libro:

 

 

 

RESIDENCE ORCHIDEA

 

 

Abitare edifici

annaffiando piante tropicali

in vaso, olivi in giardino,

rari esemplari di vegetazione

campestre e pedemontana.

Popolare terrazzi di stendini

orientando parabole

per privati lucenti

televisori lcd,

e le parole freddine la sera

d’estate coi vicini.

 

Scavare fosse

allargare le fosse

e seppellirvi fondamenta.

Poi germogliano i debiti

ogni fine del mese incontenibili

come liane, bellissimi fiori

infestanti e carnivori.

INVISIBILE

 

 

Diventare invisibile.

Non per sempre, solo quando si vuole.

Stare nelle stanze dove c’è gente

era il suo sogno da bambino.

Vegliarla abbracciata ai ginocchi

mentre dorme, e ascoltarla respirare

con l’orecchio alla bocca.

Guardarla scrivere parole

avvalorate a mezza voce.

Perciò ha sofferto perché

non si poteva realizzare.

Ma la crescita è certa,

certo che i desideri realizzati

nascono male, handicappati.

 

Da adulto ha assistito impotente

a quelli che l’hanno

saltato quando stava in una fila,

a quello che ha invitato gli altri,

a quella che non lo vedeva

quando la corteggiava.

Diventare invisibile

ora sa, non è questa gran cosa.

Quello che succede veramente

ha luci e ombre.

L'ULTIMO UOMO SULLA LUNA (l'amaro)

Bambino immagino il trentenne

adulto sposato con figli,

una bella casa e la macchina

beh, la macchina un vero bolide.

La posizione di chiaro prestigio,

gli obiettivi raggiunti,

avendo rimediato alle magagne,

agli ingenui errori veniali,

le mancanze dei genitori.

Risanato il peccato originale

scongiurando per sempre la miseria,

adeguato la specie

al tempo generoso che verrà.

Guardo indietro e mi confondo.

Un dubbio mi strizza l'occhio

e non sono sicuro che scherzi.

Sarebbe stato meglio il contrario:

che mia madre mi avesse insegnato

non a finire nel piatto per primo l'amaro

per gustare poi il premio del buono,

ma come affrontare da sazio

tutto l'amaro alla fine.

 

​​​

SOLIDARIETA' EQUA

 

 

Quanta fatica si fa,

che insofferenza a guardare

senza astuzie criminose

il sangue e le lacrime degli altri,

tutto quello che non viene

dal nostro dolore

o quello dei nostri cari.

Che noiosa l’attesa formale

di fuori a porte socchiuse

per riguardo nella penombra.

 

Mica ci si può dar pena

per tutto. Non è sano, non conviene.

Non farli sentire soli

costa quasi niente e li lega a un debito.

Vedi mai

uno dopo l’altro alla fine

che ti ritrovi ad avere

messo da parte una fortuna.

​​

UN BAGLIORE DI CORPO ILLUMINATO

 

Un bagliore di corpo illuminato

prima rischiara i muri

i tessuti e i vetri, poi i trucchi

fatti da sera, poi fuori l’asfalto,

gli alberi in corteccia dove si annidano

insetti ghiacciati, vite minute.

Un lampo:

                e il buio si raddensa.

Più fondo che prima, più prepotente.

Da chiedersi se davvero è accaduto.

 

Una traccia mobile d’opale

come una vescica mi trascina

a corpo morto dentro le piante,

in fondo alla terra dove

dormono le formiche, dentro la roccia

e fuori. All’aperto.

Lontano da casa per tornare.

CINQUE A.M.

 

 

Tutti i quotidiani del mattino

sono già per strada

con il loro carico di cronaca

nera politica e meteo.

Io mi arrotolo di nuovo nel piumino.

Mi giro dall’altra parte

aspettando di sentire

la sveglia in ogni minuto.

 

La deve finire, la finirà

prima o poi: io sono vivo mi dico,

e come vivo sogno:

l’erba matura ma non troppo alta,

il fiume gli alberi fluidi nei campi,

il vento che tutto mi porta

lì davanti: gli odori le voci lontane,

le nuvole davanti alle montagne

    poi oltre. Poi via.