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Resoconto su reddito e salute (NuovaDimensione, 2003)

Prefazione di Umberto Fiori

Collana diretta da Gian Mario Villalta

Foto di copertina (particolare) di Guido Guidi dal progetto "Strada Ovest 2002" (Treviso 2002) per gentile concessione dell'autore

​La voce dell'invero (prefazione)

 

   Dietro il titolo che Igor De Marchi ha dato al suo libro si potrebbe sospettare un intento ironico, uno di quei giochi a rimpiattino di cui a lungo, e assai fruttuosamente, si è avvalsa tanta poesia del Novecento. Invece – e per fortuna – qui l'ironia c'entra poco: quello che leggiamo ha in effetti il distacco, la dura concisione, l'asciutezza di un "resoconto". Rari sono gli svoli lirici, e puntualmente contenuti (per pudore, io credo, non certo per freddezza); le sortite in direzione di temi "alti" non dimenticano mai il contingente, l'ordinario, prosaico qui da cui muovono; se si medita sul tempo, lo si fa a partire da una concreta prassi quotidiana, da un computo oggettivo delle ore di vita e di fatica:

 

Otto-dodici, tredici-diciannove.

 

Sette, otto per dormire

un paio per i pasti,

il resto della giornata al lavoro.

 

   Un simile abbassamento del tono verso la prosa può vantare prestigiose ascendenze nella tradizione poetica della modernità; quasi sempre, però, l'irruzione dell'impoetico è controbilanciata da risarcimenti di vario ordine e a diversi livelli del testo; De Marchi, invece, poco o nulla concede al poetico come fino a oggi lo si è inteso. Non evoca, non allude: espone, riferisce, racconta; non gioca obliquamente col pathos, col mistero, con le pieghe e le ombre del linguaggio; non suggestiona il lettore creando ambigui chiaroscuri, lampi improvvisi: quella che predilige è una luce ferma, cruda, spietata, in cui cose e persone, situazioni e paesaggi si mostrano senza trucchi e senza ripari, come in una foto segnaletica o in una rilevazione. A colpirci subito, nel suo "resoconto", è la programmatica assenza di aura, perseguita fino a esiti estremi di sliricamento:

 

Sto pagando un mutuo di quindici anni

per l'appartamento in cui vivo.

 

Il senso di questa scelta si fa sempre più chiaro man mano che si procede nella lettura. Pagina dopo pagina, l'impressione è che al centro dell'interesse di De Marchi ci sia quella che – con termine pregiudicato, ma forse qui inevitabile – si chiama la realtà: la sua personale di «giovane agente di commercio», innanzitutto, ma anche quella del sentenzioso «titolare della ditta», del cliente col «breve riporto sopra l'abbronzatura», degli automobilisti in coda al casello, con la loro «comica pena corale»; la realtà del telegiornale-bestiario e delle zone industriali, della giacca «tenuta in moda» e della donna che, coltello alla mano, minaccia il marito sotto gli occhi del suo bambino. In questi versi amari, taglienti, l'opulento Nord-est italiano ci si mostra nei suoi colori più foschi, più allarmanti; neppure la melodia del dialetto riesce a raddolcire il «male non ammortizzabile», la desolazione di uno sviluppo baldanzoso e devastante:

 

(...) giòstra

che te ride senpre manco

e no te pol smontar do.

 

   Va dato atto a De Marchi di aver saputo resistere alla tentazione di scivolare nella nostalgia, nel lamento o – su un altro versante – nell'invettiva, nella facile denuncia ideologica; il suo realismo – che pure a volte, come in Provvigione, assume toni decisamente brechtiani – è del tutto immune dagli schematismi di tanta versificazione "militante" di ieri e di oggi; è il realismo che nasce dal disincanto di una individuale dolorosa iniziazione al Vero, ma anche da un amore per le cose e le persone, amore che traspare nella coralità che caratterizza il libro, nell'attenzione ad ogni aspetto della vita quotidiana, fino al meno appariscente (si veda la poesia intitolata Lo zaino). E' questa attenzione, mi pare, il cuore della poesia di De Marchi, ciò che fa della sua scrittura un "resoconto" che ci riguarda tutti.

 

Umberto Fiori

 

Alcune poesie del libro:

 

 

 

IL MUTUO

 

Sto pagando un mutuo di quindici anni

per l'appartamento in cui vivo.

Ho sottoscritto una polizza vita

di vent'anni. Il mio promotore

finanziario di fiducia

mi sottopone ogni quindici giorni

vantaggiose opportunità

di investimento a lungo termine.

 

Eppure stento a immaginarmi allora

brizzolato e limpido,

circondato da nipoti

gioiosi e figli amorevoli

come vuole la brochure

dell'assicurazione.

LO ZAINO

 

Guardo un ragazzino uscire da scuola

e accettare un passaggio in macchina

da un compagno e sua madre.

Io in coda, dietro a loro, con la mia.

Capita che li segua

per tre lunghi semafori.

Lui non si toglie lo zainetto

dalla schiena. Resta così:

seduto di traverso

scomodo tutto il tempo.

Tanto poi deve scendere.

 

Potrebbe levarselo

e tenerlo appoggiato al suo fianco,

seduto bene partecipare

alla conversazione leggero

e stare a proprio agio, alla pari

per quel quarto d'ora.

​​

 

ASCESA E DECLINO DI UN GIOVANE AGENTE DI COMMERCIO - III

Fare le prove dietro la scrivania

ad estrarre per primo:

un sorriso accogliente

e la stretta di mano.

Rinfoderare e sedersi

aspettando che l'altro si confessi.

 

    Parlare di soldi

e intendersi. Fraternamente.

ASCESA E DECLINO DI UN GIOVANE AGENTE DI COMMERCIO - V

E' alla fine una questione di prezzo:

sta bene a lui sta bene a me.

Allora ci accordiamo.

Si torna amici, vengono i sorrisi,

ci si guarda negli occhi.

Altrimenti è più difficile:

non riesco a vedere altro

che lo sbaffo di mascara sullo zigomo,

il breve riporto sopra l'abbronzatura,

il canino sporgente,

le sopracciglia bigie e troppo folte.

RITRATTO DI MARCELLO DA GIOVANE

 

 

Veniva giù a scavezzacollo

dalle rive in bicicletta

del Colle Umberto

con le mollette da bucato

a fermare le balzane delle braghe.

 

Alla fine del ripido

la pianura si allargava in bonaccia.

Ha sceso con l'aiuto delle buche

la curva pancia sotto.

Le gambe magre,

spellate. Carne viva.

La sinistra se l'è tirata dietro

in uno scarpone di gesso

quasi quaranta giorni.

 

Scopriva con la lingua nuove forme

– di una bellezza vasta

    e persistente –

nell'interno della guancia

gonfio di tagli rugosi.

IL PADRE DI MARCELLO

 

 

Cresciuto come molti

da queste parti

con giusto un paio di lavori:

il primo in fabbrica o in bottega,

il secondo a far fruttare la terra

di famiglia. Ogni paese

ha quasi per svago almeno una banca.

Una Cassa Rurale.

Il padre di Marcello prende il fresco:

esamina vizi e virtù

della pensione.

 

Eppure lievita la notte

sopra i campi e gli sterrati.

L'ondata delle luci e l'apnea –

da sotto al Castelìr fino a Piai.

    E lui va in folle

dritto dentro un ciglio casuale

che si abbassa e si alza nel sonno.