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Un istante sulla Terra

Che cos’è una poesia d’amore? Di cosa ci parla? Di chi ci parla?

Non tanto, o non solo, come si sarebbe portati a rispondere d’acchito, della persona amata – “persona” o, più generalmente, “essere vivente” – che nella lunga e ancor viva, seppur riscritta, tradizione stilnovista riceve l’omaggio del poeta, viene trasfigurata nella simbolica tensione all’assoluto.

Parla prima di tutto di chi la scrive. E per proprietà transitiva di noi, di noi che stiamo in questo momento al di qua dei versi, dalla parte di chi attraverso di essi si espone e non di chi li riceve. E probabilmente è tutta qui la sostanza di un componimento del genere. Nella poesia d’amore il poeta mette a nudo sé stesso nel momento in cui ammanta di sontuose, splendide, curatissime parole l’oggetto d’amore. Ma dovrei dire soggetto: tutt’altro che passivo, dato che in un modo o nell’altro cambia lo scrivente, gli fa prendere coraggio per compiere la svestizione da ogni difesa, dal cinismo, dal calcolo. Rinuncia alla protezione di ciò che lo può travolgere arrivando dall’esterno e dal proprio oscuro interno. In una poesia d’amore ci si mostra indifesi e fragili. Umani. È difficile essere cinici in una situazione simile. Il cinismo implica una forma di distacco che, nel momento in cui riconosco pacificamente di che razza di pasta sono fatto, non sta in piedi.

Sono convinto che le poesie d’amore parlino soprattutto di chi le scrive. E lo fanno in maniera ancora più efficace nell’occasione in cui l’amato non c’è più; non perché si sia negato a noi ma perché ci è stato portato via dalla morte.


A David


La stagione si appendeva agli alberi in una sconcia

confidenza con la terra. Era il giorno fedele ai nomi,

disegnavo quattro corpi sulle buste delle lettere,

perché la vita è poca e tu scomparso eri un luogo intero.

Lo vedi questo cielo impasticcato? Allucinato

verso un bianco crudele che è il bianco

delle palpebre, il bianco della gola quando

qualcuno ha detto «Adesso è pronto». Ma

io non ci credo, nessuno è

pronto, un istante sulla Terra, nessuno

è pronto, era nostro il perfetto insieme, il tuo nome,

la finestra aperta, amore mio cosa sta accadendo?

Cosa deve avvenire? Questa morte non esiste.



Mary Barbara Tolusso, Apolide, Milano, Mondadori, 2022, p. 40.


Ho avuto il privilegio di leggere la poesia di Tolusso prima che venisse pubblicata nel volume di Mondadori. Sapere chi è David, tuttavia, non è necessario per comprendere il testo, ciò che l’autrice dice alla fine. Tolusso dà la sua versione di una delle esperienze più intense che l’essere umano possa vivere. Non una di quelle che stordiscono con le improvvisate stupende della gioia, tanto desiderata e rincorsa, ma una di quelle che ci offrono in cambio delle risposte profonde.

Se nella poesia d’amore ciò che emerge nitidamente è lo slancio compiuto portando in braccio la nostra vulnerabilità, nella poesia d’amore per l’amato scomparso ciò che emerge in più è lo sguardo che nello slancio diamo al fondo, sotto di noi; la presa di coscienza acuta della finitezza, della precarietà e dell’estensione del nulla che senza rancore o scopo ci attende.

La confidenza con la terra è sconcia, preclude la buona riuscita di ogni idealizzazione.

Cosa c’è di peggio se non star dentro la scomparsa dell’amato e allo stesso tempo fuori da quel luogo intero, assoluto, che prima abitavamo insieme, e che ora si è ribaltato diventando il luogo assoluto della mancanza e della negazione, dove la morte si insinua e ci divora?

L’inversione al quarto verso, ambigua, mostra come il luogo vitale si rovesci nel contrario, come una secchiata d’acqua gelata. Che non ci riporta alla realtà (era già reale ciò che vivevamo) ma ci porta a un’altra realtà; altrettanto, se non di più, vera. Ciò che prima era fuori, ovvero l’esperienza della scomparsa, ora è dentro, è qui: è il luogo dove dobbiamo muoverci.

Un unico endecasillabo, all’ottavo verso. Attraverso l’endecasillabo – spazio pubblico della poesia (perché codificato e sicuro, con funzione sociale di regolamento e interazione) – irrompe una voce dall'esterno, l’unica che sentiamo in tutto il componimento. L’accento cade inevitabilmente sull’«adesso», ma è debole: le incombenze pratiche, burocratiche, la manovra operata al momento opportuno che dovrebbe aiutarci a ingranare di nuovo il singolo dente che siamo della ruota. L’endecasillabo, che è il posto sicuro del respiro e motorio del poeta, allora vacilla e si scompone subito dopo. Mentre quel «ma» in enjambement chiede ancora una speranza («io non ci credo»), gli enjambement perentori dei versi successivi tolgono ogni dubbio: «Nessuno è / pronto», «nessuno / è». Ecco il vuoto, aperto dalla mancanza dell’«amore mio» al quale ci si rivolge senza avere risposta. Nessuna voce. Solo qualcuno che dice «adesso», l’odiosa parola. Le ultime domande rimangono apparentemente senza risposta. Sì, perché se è vero che viene perfino negato il luogo in cui tutto ciò avviene, ovvero la morte, una cosa è chiara e ci riempie la testa: la morte non esiste.


Elaborazione grafica della copertina di Mary Barbara Tolusso, Apolide, Milano, Mondadori, 2022

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